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Abstracts / abstract

Un nodo dietro al patto. Tra salvaguardia dei diritti del gruppo di lingua tedesca e immigrazione italiana

Giorgio Mezzalira

Ha fondamento la tesi che il fenomeno dell’immigrazione italiana in Alto Adige, nel decennio compreso tra il 1945 e il 1955, sia la manifestazione che nel secondo dopoguerra il governo italiano avrebbe proseguito, in forme nuove, la politica di italianizzazione forzata avviata dal fascismo? La questione va affrontata mettendo in relazione la dinamica migratoria con le trasformazioni politiche, sociali ed economiche dell’Alto Adige nel passaggio dal fascismo alla Repubblica e con il processo di definizione dell’autonomia.

Alla fine della guerra l’eredità della politica fascista era ancora evidente. L’immigrazione organizzata durante il Ventennio, lo sviluppo industriale e l’insediamento di una consistente popolazione italiana avevano modificato strutturalmente la composizione demografica della provincia, soprattutto a Bolzano. La presenza italiana, concentrata nell’industria e nella pubblica amministrazione, rappresentava per la popolazione di lingua tedesca uno degli effetti più duraturi dell’oppressione fascista e un potenziale ostacolo alla ricostruzione dei rapporti tra i gruppi linguistici. Nel dopoguerra, tuttavia, la situazione risultava ulteriormente complicata dalla crisi economica e abitativa, dai movimenti di profughi, reduci e sfollati e dal rientro degli optanti. La questione dell’immigrazione si intrecciò così strettamente con il confronto politico che si aprì tra Bolzano e Roma sulle soluzioni che riguardavano il futuro dell’Alto Adige/Südtirol.

La Svp denunciò fin dal 1945-46 il continuo arrivo di italiani dalle altre province come una prosecuzione della politica fascista di snazionalizzazione e come una minaccia alla sopravvivenza della minoranza tedesca. Le cifre sulla consistenza dei flussi migratori assunsero pertanto un rilevante significato politico. L’immigrazione non costituiva soltanto un fenomeno demografico, ma divenne uno degli argomenti attraverso cui la minoranza cercò di mantenere viva l’attenzione internazionale sulla questione altoatesina e di rafforzare le proprie rivendicazioni autonomistiche. Il governo italiano, dal canto suo, si trovò a dover conciliare la tutela degli interessi della popolazione italiana con l’impegno assunto attraverso l’accordo De Gasperi-Gruber e con i principi del nuovo ordinamento democratico.

L’analisi delle politiche governative mostra una situazione più complessa di quella suggerita dall’accusa di una deliberata italianizzazione. Da un lato, le autorità italiane adottarono effettivamente provvedimenti finalizzati a consolidare la presenza italiana, soprattutto attraverso la politica abitativa e il sostegno all’occupazione industriale. De Gasperi stesso intervenne per favorire la costruzione di alloggi destinati agli operai italiani, esplicitando la necessità politica di  rafforzare numericamente il gruppo italiano. Le scelte governative tuttavia furono condizionate da una pluralità di esigenze: la difesa della presenza italiana, la stabilità sociale, la tutela dell’ordine pubblico, il rispetto della Costituzione e, non meno importante, la necessità di non compromettere la posizione italiana sul piano internazionale.

La permanenza in vigore delle leggi del 1931 e del 1939 volute dal fascismo per disciplinare il movimento migratorio e combattere l’urbanesimo, in evidente tensione con il principio costituzionale della libera circolazione sancito dall’articolo 16 della Costituzione, aprì uno spazio di forte discrezionalità amministrativa. Il commissario del governo Bisia decise nel 1949 di non applicare in Alto Adige le disposizioni incompatibili con i principi costituzionali, una scelta condivisa dalle autorità centrali nonostante i dubbi giuridici. La decisione rispondeva anche a precise esigenze politiche: evitare che le limitazioni all’immigrazione penalizzassero il gruppo italiano, soprattutto a Bolzano, e consolidare la sua posizione nella fase di costruzione dell’autonomia. Questo orientamento fornì tuttavia alla Svp ulteriori argomenti per accusare il governo di arbitrio e di discriminazione nei confronti della minoranza tedesca. Poco importava che le accuse si fondassero sulla richiesta di applicazione di leggi fasciste.

Il confronto si radicalizzò nei primi anni Cinquanta. Nel 1953 Michael Gamper trasformò la questione dell’immigrazione in una potente arma di mobilitazione politica, denunciando sul «Dolomiten» una presunta «marcia della morte» dei sudtirolesi e sostenendo che circa 50.000 italiani fossero giunti in Alto Adige dal 1946 al 1952. L’immagine evocava intenzionalmente la memoria delle deportazioni naziste e suggeriva una continuità tra la politica fascista e quella della Repubblica. Il governo reagì predisponendo, attraverso l’Ufficio per le zone di confine, il cosiddetto «libro verde», destinato a contestare sulla base dei dati statistici le cifre diffuse dalla Svp. L’operazione mise però in luce quanto fosse problematico quantificare l’immigrazione per gruppi linguistici e quanto anche le statistiche ufficiali potessero essere condizionate da criteri e scelte politiche.

Le ricostruzioni successive, in particolare quella del geografo austriaco Adolf Leidlmair, confermarono l’inattendibilità delle cifre più allarmistiche diffuse dalla propaganda sudtirolese, ma misero al tempo stesso in discussione la correttezza di alcuni calcoli elaborati dall’Uzc. La stima più attendibile indica in circa 20.000-25.000 gli italiani provenienti dalle altre province giunti in Alto Adige tra il dopoguerra e la metà degli anni Cinquanta. Si trattò quindi di un movimento migratorio significativo, ma non riconducibile, sulla base delle fonti esaminate, a un piano governativo preordinato volto a trasformare artificialmente gli equilibri etnici della provincia.

Va cioè distinta una politica orientata al «rafforzamento» della presenza italiana da un progetto organico di nuova italianizzazione forzata. Non mancavano, all’interno dell’apparato diplomatico e amministrativo italiano, posizioni favorevoli a un mutamento degli equilibri demografici: alcuni rappresentanti, come i consoli di Monaco Luigi Silvestrelli e di Innsbruck Mario Paulucci, arrivarono a prospettare esplicitamente l’obiettivo di ridurre o rovesciare la maggioranza tedesca attraverso l’immigrazione e l’industrializzazione. Tali posizioni, tuttavia, non risultano tradotte in un piano elaborato e adottato dal governo centrale.

Tra il 1945 e il 1955 il rafforzamento della presenza italiana fu certamente perseguito come uno degli strumenti della politica italiana in Alto Adige, ma le fonti non consentono di parlare di una «seconda italianizzazione forzata» programmata dal governo. L’immigrazione fu il risultato dell’intreccio tra politiche di tutela dell’italianità, dinamiche economiche e migratorie, libertà di circolazione e specifiche esigenze politiche della provincia. Con l’eccezione del capoluogo Bolzano dal 1955 il saldo migratorio iniziò inoltre a ridursi rapidamente, fino a diventare negativo nel 1957, mentre il problema dell’immigrazione continuò a mantenere un forte peso politico nel confronto sull’autonomia. La controversia sui numeri e sul loro uso politico mostra  così come la demografia altoatesina fosse divenuta essa stessa terreno di conflitto tra le due comunità e tra le diverse interpretazioni dell’accordo De Gasperi-Gruber.

Das Recht einer Gemeinschaft oder Gesellschaft?
Das „Pariser Abkommen“ 1946–2026

Hannes Obermair

Achtzig Jahre nach dem Abschluss des Gruber-De-Gasperi-Abkommens vom 5. September 1946 bleibt das sogenannte „Pariser Abkommen“ ein zentraler Bezugspunkt für das politische und historische Verständnis Südtirols, aber auch Österreichs und Italiens. Doch seine Bedeutung lässt sich nicht auf den Wortlaut des Abkommens selbst oder auf seine spätere Funktion als grundlegende Referenz für die Südtiroler Autonomie reduzieren. Der Vortrag betrachtet das Abkommen als einen historisch verorteten, international eingebetteten und politisch performativen Text. Er fragt nicht nur, was das Abkommen im Jahr 1946 bedeutete, sondern auch, wie sich seine Bedeutung, seine Tragweite und seine symbolische Kraft in den folgenden Jahrzehnten entfalteten.

Die Analyse beginnt mit dem unmittelbaren Nachkriegskontext. Das Abkommen entstand in einem Europa, das geprägt war vom Zusammenbruch der nationalsozialistischen Herrschaft, der Befreiung durch die Alliierten von den faschistischen Diktaturen, von Vertreibungen deutschsprachiger Bevölkerungsgruppen in Osteuropa, von tiefgreifender materieller Not und der völligen Neuordnung der internationalen politischen Ordnung. Österreichs prekäre Lage nach 1945 etwa war ein wesentlicher Bestandteil dieses Kontexts. Der Hungerwinter 1946/47 und die Abhängigkeit des Landes von internationaler Hilfe veranschaulichen die schwierigen Bedingungen, unter denen österreichische politische und diplomatische Akteure agierten. Italiens Innen- und Außenpolitik war ebenfalls von prekären Bedingungen geprägt; das Land gehörte aufgrund seiner Kriegsbeteiligung an der Seite Hitlers trotz seines Schwenks von 1943 nicht zu den Siegermächten. Gleichzeitig bestimmten die sich abzeichnende Teilung Europas – der „Eiserne Vorhang“ (Winston Churchill) – und die Verhandlungen zwischen den vier Alliierten Mächten die Grenzen, innerhalb derer Fragen des Territoriums, der Souveränität und des Minderheitenschutzes behandelt werden konnten. Die Weigerung der vier alliierten Außenminister im Mai 1946, Grenzänderungen zugunsten Österreichs zu unterstützen, war daher von besonderer Bedeutung für die anschließende Suche nach einer alternativen Lösung der Südtirol-Frage.

Das Referat ordnet das Gruber-De-Gasperi-Abkommen in den breiteren Rahmen der Pariser Friedenskonferenz von 1946 und der internationalen Friedensregelung nach dem Zweiten Weltkrieg ein. Die anschließende Aufnahme des Abkommens als Anhang IV des italienischen Friedensvertrags vom 10. Februar 1947 unterstreicht dessen internationale Dimension. Anstatt das Dokument ausschließlich durch die späteren nationalen oder regionalen Narrative zu betrachten, die sich um es herum angesammelt haben, berücksichtigt die Analyse die diplomatische Konstellation, aus der es hervorgegangen ist. Dazu gehört die Berücksichtigung der beiden entscheidenden diplomatischen Akteure im Hintergrund, Heinrich Schmid und Niccolò Carandini. Als Botschafter ihrer beiden Länder Österreich und Italien haben sie die Verhandlungskonstellation maßgeblich geprägt, so dass geradezu von einem „Carandini-Schmid-Abkommen“ gesprochen werden kann. In rechtstechnischer Hinsicht verdeutlicht zudem das angewandte doppelte Vertragsabschlussverfahren die Komplexität der dokumentarischen und institutionellen Geschichte, die der politischen Symbolik des Abkommens zugrunde liegt. Der Vorgang macht als Ganzes zugleich sichtbar, wie stark die unmittelbare Nachkriegspolitik ausschließlich maskulin geprägt war, handelt es sich doch bei sämtlichen Akteuren um Männer.

Eine zentrale Frage betrifft den Geltungsbereich des Abkommens. Der Beitrag behandelt dies nicht lediglich als technische Frage der Vertragsauslegung, sondern als Hinweis auf die dynamische Beziehung zwischen einem historischen Text und den politischen Kontexten, in denen er später herangezogen wurde – bis zum heutigen Tag. Die fortschreitende Internationalisierung der Südtirol-Frage zeigt sich in der Berufung Österreichs auf die Vereinten Nationen unter Bruno Kreisky und in der Resolution 1497 (XV) der UN-Generalversammlung vom 31. Oktober 1960 sowie in späteren Verfahren zur Streitbeilegung. Diese Entwicklungen verdeutlichen, dass die politische Lebensdauer des Abkommens weit über den Zeitpunkt seines Abschlusses im Jahr 1946 hinausreichte.

Besondere Aufmerksamkeit gilt daher dem symbolischen und performativen Charakter des Abkommens als Text. In Anlehnung an Marshall McLuhans These, dass „das Medium die Botschaft ist“, argumentiert der Beitrag, dass sich die historische Wirksamkeit des Abkommens nicht allein durch eine wörtliche oder statische Lesart seines Wortlauts erschließt. Sein internationaler Charakter, seine konzeptionellen Unterscheidungen und – was besonders wichtig ist – ein gewisses Maß an Unbestimmtheit könnten dazu beigetragen haben, dass es politisch produktiv blieb. Vagheit ist nicht nur ein Mangel an rechtlicher Präzision, sondern kann auch als eine Form der Offenheit fungieren, durch die nachfolgende politische Akteure einem überkommenen Text neue Bedeutungen zuschreiben können. In diesem Sinne besitzt das Abkommen eine generative Kraft, die sich zum Teil aus seinem internationalen Status und aus den fortwährenden Interpretationsprozessen rund um den Vertrag ableitet.

Der abschließende Teil des Vortrags ordnet diese historische und textuelle Analyse in einen breiteren konzeptionellen Rahmen ein: die Unterscheidung zwischen „Gemeinschaft“ und „Gesellschaft“, die auf Helmuth Plessners Kategorienbildung zurückgeht. Diese Unterscheidung ermöglicht es, das politische Erbe von 1946 im Verhältnis zu zeitgenössischen Formen kollektiver Identität und politischer Organisation neu zu betrachten. „Glanz und Elend“ des Jahres 1946 werden der Perspektive des Jahres 2026 gegenübergestellt, wodurch die Frage aufgeworfen wird, ob das politische Erbe der Nachkriegszeit weiterhin in erster Linie durch ethnopolitische Gemeinschaften artikuliert wird oder ob es im Rahmen einer pluralistischen Zivilgesellschaft verstanden werden kann. Der Kontrast zwischen ethnopolitischen Partikularinteressen und der Idee eines gemeinsamen Ganzen bildet den abschließenden analytischen Horizont.

Der Beitrag schlägt daher vor, das „Pariser Abkommen“ gleichzeitig als historisches Dokument, internationale Vereinbarung, politisches Symbol und performativen Text zu verstehen. Seine anhaltende Bedeutung liegt nicht nur in dem, was 1946 vereinbart wurde, sondern in der fortdauernden Fähigkeit des Abkommens, das politische Gedächtnis, Ansprüche auf kollektive Rechte und konkurrierende Vorstellungen von politischer Gemeinschaft zu strukturieren. Der achtzigste Jahrestag bietet daher die Gelegenheit, des Abkommens nicht nur zu gedenken, sondern seine sich wandelnden Bedeutungen neu zu überdenken: zwischen Recht und Politik, internationaler Ordnung und regionaler Identität, historischer Gemeinschaft und zeitgenössischer Zivilgesellschaft. Die grundlegende Frage lautet folglich nicht nur, was das „Pariser Abkommen“ 1946 begründete, sondern welche Art von politischer Gemeinschaft seine fortdauernde Präsenz im Jahr 2026 noch ermöglicht – oder vielleicht erschwert.