{"id":954,"date":"2026-10-14T10:07:49","date_gmt":"2026-10-14T08:07:49","guid":{"rendered":"https:\/\/brunopolis.eu\/de\/?page_id=954"},"modified":"2026-10-14T10:15:22","modified_gmt":"2026-10-14T08:15:22","slug":"abstracts","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/brunopolis.eu\/de\/abstracts\/","title":{"rendered":"Abstracts \/ abstract"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Un nodo dietro al patto. Tra salvaguardia dei diritti del gruppo di lingua tedesca e immigrazione italiana<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Giorgio Mezzalira<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ha fondamento la tesi che il fenomeno dell\u2019immigrazione italiana in Alto Adige, nel decennio compreso tra il 1945 e il 1955, sia la manifestazione che nel secondo dopoguerra il governo italiano avrebbe proseguito, in forme nuove, la politica di italianizzazione forzata avviata dal fascismo? La questione va affrontata mettendo in relazione la dinamica migratoria con le trasformazioni politiche, sociali ed economiche dell\u2019Alto Adige nel passaggio dal fascismo alla Repubblica e con il processo di definizione dell\u2019autonomia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Alla fine della guerra l\u2019eredit\u00e0 della politica fascista era ancora evidente. L\u2019immigrazione organizzata durante il Ventennio, lo sviluppo industriale e l\u2019insediamento di una consistente popolazione italiana avevano modificato strutturalmente la composizione demografica della provincia, soprattutto a Bolzano. La presenza italiana, concentrata nell\u2019industria e nella pubblica amministrazione, rappresentava per la popolazione di lingua tedesca uno degli effetti pi\u00f9 duraturi dell\u2019oppressione fascista e un potenziale ostacolo alla ricostruzione dei rapporti tra i gruppi linguistici. Nel dopoguerra, tuttavia, la situazione risultava ulteriormente complicata dalla crisi economica e abitativa, dai movimenti di profughi, reduci e sfollati e dal rientro degli optanti. La questione dell\u2019immigrazione si intrecci\u00f2 cos\u00ec strettamente con il confronto politico che si apr\u00ec tra Bolzano e Roma sulle soluzioni che riguardavano il futuro dell\u2019Alto Adige\/S\u00fcdtirol.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La Svp denunci\u00f2 fin dal 1945-46 il continuo arrivo di italiani dalle altre province come una prosecuzione della politica fascista di snazionalizzazione e come una minaccia alla sopravvivenza della minoranza tedesca. Le cifre sulla consistenza dei flussi migratori assunsero pertanto un rilevante significato politico. L\u2019immigrazione non costituiva soltanto un fenomeno demografico, ma divenne uno degli argomenti attraverso cui la minoranza cerc\u00f2 di mantenere viva l\u2019attenzione internazionale sulla questione altoatesina e di rafforzare le proprie rivendicazioni autonomistiche. Il governo italiano, dal canto suo, si trov\u00f2 a dover conciliare la tutela degli interessi della popolazione italiana con l\u2019impegno assunto attraverso l\u2019accordo De Gasperi-Gruber e con i principi del nuovo ordinamento democratico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019analisi delle politiche governative mostra una situazione pi\u00f9 complessa di quella suggerita dall\u2019accusa di una deliberata italianizzazione. Da un lato, le autorit\u00e0 italiane adottarono effettivamente provvedimenti finalizzati a consolidare la presenza italiana, soprattutto attraverso la politica abitativa e il sostegno all\u2019occupazione industriale. De Gasperi stesso intervenne per favorire la costruzione di alloggi destinati agli operai italiani, esplicitando la necessit\u00e0 politica di&nbsp; rafforzare numericamente il gruppo italiano. Le scelte governative tuttavia furono condizionate da una pluralit\u00e0 di esigenze: la difesa della presenza italiana, la stabilit\u00e0 sociale, la tutela dell\u2019ordine pubblico, il rispetto della Costituzione e, non meno importante, la necessit\u00e0 di non compromettere la posizione italiana sul piano internazionale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La permanenza in vigore delle leggi del 1931 e del 1939 volute dal fascismo per disciplinare il movimento migratorio e combattere l\u2019urbanesimo, in evidente tensione con il principio costituzionale della libera circolazione sancito dall\u2019articolo 16 della Costituzione, apr\u00ec uno spazio di forte discrezionalit\u00e0 amministrativa. Il commissario del governo Bisia decise nel 1949 di non applicare in Alto Adige le disposizioni incompatibili con i principi costituzionali, una scelta condivisa dalle autorit\u00e0 centrali nonostante i dubbi giuridici. La decisione rispondeva anche a precise esigenze politiche: evitare che le limitazioni all\u2019immigrazione penalizzassero il gruppo italiano, soprattutto a Bolzano, e consolidare la sua posizione nella fase di costruzione dell\u2019autonomia. Questo orientamento forn\u00ec tuttavia alla Svp ulteriori argomenti per accusare il governo di arbitrio e di discriminazione nei confronti della minoranza tedesca. Poco importava che le accuse si fondassero sulla richiesta di applicazione di leggi fasciste.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il confronto si radicalizz\u00f2 nei primi anni Cinquanta. Nel 1953 Michael Gamper trasform\u00f2 la questione dell\u2019immigrazione in una potente arma di mobilitazione politica, denunciando sul \u00abDolomiten\u00bb una presunta \u00abmarcia della morte\u00bb dei sudtirolesi e sostenendo che circa 50.000 italiani fossero giunti in Alto Adige dal 1946 al 1952. L\u2019immagine evocava intenzionalmente la memoria delle deportazioni naziste e suggeriva una continuit\u00e0 tra la politica fascista e quella della Repubblica. Il governo reag\u00ec predisponendo, attraverso l\u2019Ufficio per le zone di confine, il cosiddetto \u00ablibro verde\u00bb, destinato a contestare sulla base dei dati statistici le cifre diffuse dalla Svp. L\u2019operazione mise per\u00f2 in luce quanto fosse problematico quantificare l\u2019immigrazione per gruppi linguistici e quanto anche le statistiche ufficiali potessero essere condizionate da criteri e scelte politiche.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le ricostruzioni successive, in particolare quella del geografo austriaco Adolf Leidlmair, confermarono l\u2019inattendibilit\u00e0 delle cifre pi\u00f9 allarmistiche diffuse dalla propaganda sudtirolese, ma misero al tempo stesso in discussione la correttezza di alcuni calcoli elaborati dall\u2019Uzc. La stima pi\u00f9 attendibile indica in circa 20.000-25.000 gli italiani provenienti dalle altre province giunti in Alto Adige tra il dopoguerra e la met\u00e0 degli anni Cinquanta. Si tratt\u00f2 quindi di un movimento migratorio significativo, ma non riconducibile, sulla base delle fonti esaminate, a un piano governativo preordinato volto a trasformare artificialmente gli equilibri etnici della provincia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Va cio\u00e8 distinta una politica orientata al \u00abrafforzamento\u00bb della presenza italiana da un progetto organico di nuova italianizzazione forzata. Non mancavano, all\u2019interno dell\u2019apparato diplomatico e amministrativo italiano, posizioni favorevoli a un mutamento degli equilibri demografici: alcuni rappresentanti, come i consoli di Monaco Luigi Silvestrelli e di Innsbruck Mario Paulucci, arrivarono a prospettare esplicitamente l\u2019obiettivo di ridurre o rovesciare la maggioranza tedesca attraverso l\u2019immigrazione e l\u2019industrializzazione. Tali posizioni, tuttavia, non risultano tradotte in un piano elaborato e adottato dal governo centrale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tra il 1945 e il 1955 il rafforzamento della presenza italiana fu certamente perseguito come uno degli strumenti della politica italiana in Alto Adige, ma le fonti non consentono di parlare di una \u00abseconda italianizzazione forzata\u00bb programmata dal governo. L\u2019immigrazione fu il risultato dell\u2019intreccio tra politiche di tutela dell\u2019italianit\u00e0, dinamiche economiche e migratorie, libert\u00e0 di circolazione e specifiche esigenze politiche della provincia. Con l\u2019eccezione del capoluogo Bolzano dal 1955 il saldo migratorio inizi\u00f2 inoltre a ridursi rapidamente, fino a diventare negativo nel 1957, mentre il problema dell\u2019immigrazione continu\u00f2 a mantenere un forte peso politico nel confronto sull\u2019autonomia. La controversia sui numeri e sul loro uso politico mostra&nbsp; cos\u00ec come la demografia altoatesina fosse divenuta essa stessa terreno di conflitto tra le due comunit\u00e0 e tra le diverse interpretazioni dell\u2019accordo De Gasperi-Gruber.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Das Recht einer Gemeinschaft oder Gesellschaft?<\/strong><br><strong>Das \u201ePariser Abkommen\u201c 1946\u20132026<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Hannes Obermair<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Achtzig Jahre nach dem Abschluss des Gruber-De-Gasperi-Abkommens vom 5. September 1946 bleibt das sogenannte \u201ePariser Abkommen\u201c ein zentraler Bezugspunkt f\u00fcr das politische und historische Verst\u00e4ndnis S\u00fcdtirols, aber auch \u00d6sterreichs und Italiens. Doch seine Bedeutung l\u00e4sst sich nicht auf den Wortlaut des Abkommens selbst oder auf seine sp\u00e4tere Funktion als grundlegende Referenz f\u00fcr die S\u00fcdtiroler Autonomie reduzieren. Der Vortrag betrachtet das Abkommen als einen historisch verorteten, international eingebetteten und politisch performativen Text. Er fragt nicht nur, was das Abkommen im Jahr 1946 bedeutete, sondern auch, wie sich seine Bedeutung, seine Tragweite und seine symbolische Kraft in den folgenden Jahrzehnten entfalteten.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Die Analyse beginnt mit dem unmittelbaren <strong>Nachkriegskontext<\/strong>. Das Abkommen entstand in einem Europa, das gepr\u00e4gt war vom Zusammenbruch der nationalsozialistischen Herrschaft, der Befreiung durch die Alliierten von den faschistischen Diktaturen, von Vertreibungen deutschsprachiger Bev\u00f6lkerungsgruppen in Osteuropa, von tiefgreifender materieller Not und der v\u00f6lligen Neuordnung der internationalen politischen Ordnung. \u00d6sterreichs prek\u00e4re Lage nach 1945 etwa war ein wesentlicher Bestandteil dieses Kontexts. Der Hungerwinter 1946\/47 und die Abh\u00e4ngigkeit des Landes von internationaler Hilfe veranschaulichen die schwierigen Bedingungen, unter denen \u00f6sterreichische politische und diplomatische Akteure agierten. Italiens Innen- und Au\u00dfenpolitik war ebenfalls von prek\u00e4ren Bedingungen gepr\u00e4gt; das Land geh\u00f6rte aufgrund seiner Kriegsbeteiligung an der Seite Hitlers trotz seines Schwenks von 1943 nicht zu den Siegerm\u00e4chten. Gleichzeitig bestimmten die sich abzeichnende Teilung Europas \u2013 der \u201eEiserne Vorhang\u201c (Winston Churchill) \u2013 und die Verhandlungen zwischen den vier Alliierten M\u00e4chten die Grenzen, innerhalb derer Fragen des Territoriums, der Souver\u00e4nit\u00e4t und des Minderheitenschutzes behandelt werden konnten. Die Weigerung der vier alliierten Au\u00dfenminister im Mai 1946, Grenz\u00e4nderungen zugunsten \u00d6sterreichs zu unterst\u00fctzen, war daher von besonderer Bedeutung f\u00fcr die anschlie\u00dfende Suche nach einer alternativen L\u00f6sung der S\u00fcdtirol-Frage.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Das Referat ordnet das Gruber-De-Gasperi-Abkommen in den breiteren Rahmen der <strong>Pariser Friedenskonferenz von 1946<\/strong> und der internationalen Friedensregelung nach dem Zweiten Weltkrieg ein. Die anschlie\u00dfende Aufnahme des Abkommens als Anhang IV des italienischen Friedensvertrags vom 10. Februar 1947 unterstreicht dessen internationale Dimension. Anstatt das Dokument ausschlie\u00dflich durch die sp\u00e4teren nationalen oder regionalen Narrative zu betrachten, die sich um es herum angesammelt haben, ber\u00fccksichtigt die Analyse die diplomatische Konstellation, aus der es hervorgegangen ist. Dazu geh\u00f6rt die Ber\u00fccksichtigung der beiden entscheidenden diplomatischen Akteure im Hintergrund, Heinrich Schmid und Niccol\u00f2 Carandini. Als Botschafter ihrer beiden L\u00e4nder \u00d6sterreich und Italien haben sie die Verhandlungskonstellation ma\u00dfgeblich gepr\u00e4gt, so dass geradezu von einem \u201eCarandini-Schmid-Abkommen\u201c gesprochen werden kann. In rechtstechnischer Hinsicht verdeutlicht zudem das angewandte doppelte Vertragsabschlussverfahren die Komplexit\u00e4t der dokumentarischen und institutionellen Geschichte, die der politischen Symbolik des Abkommens zugrunde liegt. Der Vorgang macht als Ganzes zugleich sichtbar, wie stark die <strong>unmittelbare Nachkriegspolitik ausschlie\u00dflich maskulin gepr\u00e4gt<\/strong> war, handelt es sich doch bei s\u00e4mtlichen Akteuren um M\u00e4nner.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eine zentrale Frage betrifft den <strong>Geltungsbereich<\/strong> des Abkommens. Der Beitrag behandelt dies nicht lediglich als technische Frage der Vertragsauslegung, sondern als Hinweis auf die dynamische Beziehung zwischen einem historischen Text und den politischen Kontexten, in denen er sp\u00e4ter herangezogen wurde \u2013 bis zum heutigen Tag. Die fortschreitende Internationalisierung der S\u00fcdtirol-Frage zeigt sich in der Berufung \u00d6sterreichs auf die Vereinten Nationen unter Bruno Kreisky und in der Resolution 1497 (XV) der UN-Generalversammlung vom 31. Oktober 1960 sowie in sp\u00e4teren Verfahren zur Streitbeilegung. Diese Entwicklungen verdeutlichen, dass die politische Lebensdauer des Abkommens weit \u00fcber den Zeitpunkt seines Abschlusses im Jahr 1946 hinausreichte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Besondere Aufmerksamkeit gilt daher dem <strong>symbolischen und performativen Charakter des Abkommens als Text<\/strong>. In Anlehnung an Marshall McLuhans These, dass \u201edas Medium die Botschaft ist\u201c, argumentiert der Beitrag, dass sich die historische Wirksamkeit des Abkommens nicht allein durch eine w\u00f6rtliche oder statische Lesart seines Wortlauts erschlie\u00dft. Sein internationaler Charakter, seine konzeptionellen Unterscheidungen und \u2013 was besonders wichtig ist \u2013 ein gewisses Ma\u00df an Unbestimmtheit k\u00f6nnten dazu beigetragen haben, dass es politisch produktiv blieb. Vagheit ist nicht nur ein Mangel an rechtlicher Pr\u00e4zision, sondern kann auch als eine Form der Offenheit fungieren, durch die nachfolgende politische Akteure einem \u00fcberkommenen Text neue Bedeutungen zuschreiben k\u00f6nnen. In diesem Sinne besitzt das Abkommen eine generative Kraft, die sich zum Teil aus seinem internationalen Status und aus den fortw\u00e4hrenden Interpretationsprozessen rund um den Vertrag ableitet.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Der abschlie\u00dfende Teil des Vortrags ordnet diese historische und textuelle Analyse in einen breiteren konzeptionellen Rahmen ein: die Unterscheidung zwischen <strong>\u201eGemeinschaft\u201c und \u201eGesellschaft\u201c<\/strong>, die auf Helmuth Plessners Kategorienbildung zur\u00fcckgeht. Diese Unterscheidung erm\u00f6glicht es, das politische Erbe von 1946 im Verh\u00e4ltnis zu zeitgen\u00f6ssischen Formen kollektiver Identit\u00e4t und politischer Organisation neu zu betrachten. \u201eGlanz und Elend\u201c des Jahres 1946 werden der Perspektive des Jahres 2026 gegen\u00fcbergestellt, wodurch die Frage aufgeworfen wird, ob das politische Erbe der Nachkriegszeit weiterhin in erster Linie durch ethnopolitische Gemeinschaften artikuliert wird oder ob es im Rahmen einer pluralistischen Zivilgesellschaft verstanden werden kann. Der Kontrast zwischen ethnopolitischen Partikularinteressen und der Idee eines gemeinsamen Ganzen bildet den abschlie\u00dfenden analytischen Horizont.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Der Beitrag schl\u00e4gt daher vor, das \u201ePariser Abkommen\u201c gleichzeitig als <strong>historisches Dokument, internationale Vereinbarung, politisches Symbol und performativen Text<\/strong> zu verstehen. Seine anhaltende Bedeutung liegt nicht nur in dem, was 1946 vereinbart wurde, sondern in der fortdauernden F\u00e4higkeit des Abkommens, das politische Ged\u00e4chtnis, Anspr\u00fcche auf kollektive Rechte und konkurrierende Vorstellungen von politischer Gemeinschaft zu strukturieren. Der achtzigste Jahrestag bietet daher die Gelegenheit, des Abkommens nicht nur zu gedenken, sondern seine sich wandelnden Bedeutungen neu zu \u00fcberdenken: zwischen Recht und Politik, internationaler Ordnung und regionaler Identit\u00e4t, historischer Gemeinschaft und zeitgen\u00f6ssischer Zivilgesellschaft. Die grundlegende Frage lautet folglich nicht nur, was das \u201ePariser Abkommen\u201c 1946 begr\u00fcndete, sondern welche Art von politischer Gemeinschaft seine fortdauernde Pr\u00e4senz im Jahr 2026 noch erm\u00f6glicht \u2013 oder vielleicht erschwert.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un nodo dietro al patto. 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